Per cominciare a fare mente locale sulla condizione delle donne in Italia, si può partire da alcuni recenti fatti di cronaca. Essendo i fatti spesso più eloquenti di ogni discorso, sarà bene richiamarne qualcuno che ritengo esemplare.

13 settembre 2010: un politico della destra sostiene con estremo disincanto e tranquillità che è legittimo prostituirsi e fare mercimonio del proprio corpo per fare carriera in politica. L’ho trovato disarmante, ma eloquente di una mentalità della destra che non conosce limiti al cinismo. È chiaro che usare il corpo come merce di scambio significa creare dipendenza, sudditanza, fedeltà incondizionata al capo, dal momento che la posizione politica è il dono dell’uomo a cui ci si è donate. Bellezza e umiliazione vanno insieme. Sono discorsi e comportamenti possibili soltanto perché questa destra al Governo ha voluto una legge elettorale che consente a chi esercita il potere della decisione di nominare i parlamentari e non di eleggerli attraverso una selezione operata dagli elettori. Credo perciò che le donne dovrebbero essere le prime a contrastare questo porcellum e a battersi per una nuova legge che preveda una maggiore responsabilità dell’elettore nella scelta delle e dei candidati.

6 settembre 2010: il set è quello del premio Campiello, conduttore della serata l’ineffabile Bruno Vespa, le vincitrici due giovani e davvero brave scrittrici, Michela Murgia e Silvia Avallone. Riferiscono i cronisti che il conduttore “ha accolto la ventiseienne vincitrice del premio Campiello giovani Silvia Avallone con insistiti “complimenti per il decollté” ed entusiastici inviti alle telecamere a inquadrarlo” . Una scrittrice di grande talento trattata come una velina, a differenza di altri scrittori, maschi, considerati come tali e intervistati nel merito. Il romanzo di Silvia Avallone, Acciaio, è dedicato alla vita dei e delle giovani in un quartiere difficile di una città operaia in crisi come Piombino. Un romanzo duro, realistico e maturo, che ha ben meritato la vittoria di un premio prestigioso e non mancavano dunque certo gli elementi per esaltare l’intelligenza e le capacità creative e di scrittura della giovane autrice. La sua avvenenza fisica ognuno avrebbe poi potuto giudicarla da sé. Un conduttore moderno e non “vecchio bavoso”, come qualcuno lo ha definito per l’occasione, avrebbe dovuto caso mai guardare e tacere. E invece no! Per valutare una giovane donna, anche se fa la scrittrice di talento, bisogna partire da lì e valutarla prima di tutto per il fisico e l’estetica. Il suo talento deve essere offeso, come ha ben detto Michela Murgia, “tirando in ballo la sua fisicità”. Ormai è un vizio nazionale nel quale una parte maschile si crogiola con intima soddisfazione e complicità. È il prodotto di un certo modello televisivo imperante, in cui si propone la bellezza come passaporto per il successo facile, in cui tutto si fa spettacolo degradante, si improvvisano scene e si confonde il pubblico con il privato.

1 settembre: Gheddafi per la seconda volta a Roma chiede di incontrare giovani donne da convertire all’Islam e le fa commissionare, dietro pagamento di una diaria, a un’agenzia di ragazze immagine, come se si trattasse di un qualsiasi prodotto commerciale. Nell’identikit del “prodotto” compaiono ovviamente il requisito della bellezza, l’essere vestite come piace al committente, l’impegno a non fare commenti sull'incontro. Qualcuno ha parlato di “velinismo islamico”. Le ragazze sono accorse numerose; per alcune di loro “apparire” è la sostanza del lavoro e del guadagno. E anche questo fa parte del circo politico a cui troppo spesso siamo chiamati ad assistere. Sarebbe interessante però anche sapere chi alla fine ha pagato il conto dell’agenzia fornitrice: Gheddafi o Berlusconi, il governo libico o quello italiano? L’abbiamo chiesto in un’interrogazione al Governo, ma per ora nessuna risposta. D'altronde, come si poteva nella patria del berlusconismo negare al capo di un altro Paese ciò che per il capo del governo ospitante è ordinaria amministrazione? Non abbiamo dovuto scoprire che per i palazzi del potere circolano eserciti di escort, che si può parlare di “donne prosciutto”, cioè di corpi femminili dati in pasto in spettacoli squallidi, e di “donne tangente”, offerte in cambio di favori ricevuti per lo più in gare di appalti? È come se in un certo mondo maschile che si sente onnipotente, nell'esercizio del potere fosse ormai da comprendere anche la disponibilità agevolata di corpi femminili da fruire in proprio o da offrire come oggetto di scambio. Vi è insomma una forma di potere che viene esercitata attraverso il corpo delle donne. Appare inoltre ormai del tutto legittimo a chi conta e decide utilizzare posizioni istituzionali per ricambiare di favori sessuali ricevuti. Fatti degradanti, lesivi della dignità femminile, inaccettabili. Vi sono ormai tutti gli elementi per parlare di un processo di vera e propria “normalizzazione” del corpo femminile, di un desiderio non più tanto celato di riconquistare il potere di dominio sul corpo delle donne attraverso forme di assoggettamento sottili e insidiose perché si confondono con la libertà, come quella di esibire il corpo nudo e muto sulla scena o di scambiarlo con altro. Un nuovo femminismo deve partire da qui, dalla rivendicazione del rispetto della dignità della persona umana femminile, della sua libertà e autonomia.

2 luglio: La Corte di Cassazione cancella la condanna di un uomo per maltrattamenti contro la moglie perché “lei aveva carattere e non era intimorita” dagli insulti, dalle ingiurie, dalle umiliazioni e dai maltrattamenti fisici. Nella motivazione della sentenza si legge: “Perché sussista il reato di maltrattamenti in famiglia, occorre che sia accertata una condotta abitualmente lesiva dell’integrità fisica e del patrimonio morale della persona offesa, che, a causa di ciò, versa in una condizione di sofferenza”. Suona quasi come un’istigazione alla violenza. Non sorprende perciò se i dati sulla violenza sono allarmanti e se ogni due giorni una donna viene uccisa per mano maschile, come esito di stalking o di violenza domestica. La violenza rimane la prima causa di morte fra le donne e dalle indagini statistiche risulta che è ancora troppo alto il numero delle donne soggetto a molestie e a ricatti sessuali sul lavoro, il 26,6% negli ultimi tre anni fra le donne tra i 14 e i 65 anni. Fra giugno e agosto di quest’anno è stato un susseguirsi continuo di casi di femminicidio. Difficile da credere, ma vero, che di recente un uomo ha ucciso nello stesso giorno due ex partner. Eliminate perché “non fossero più di nessuno”. Una concezione proprietaria della donna, una forma patologica di vivere l’amore come possesso e violenza fino alla morte, incapacità di accettare il rifiuto, di elaborare l’abbandono e sopportare la libertà della donna di decidere del proprio destino. Dice con efficacia Dacia Maraini: “E’ probabile che questi uomini non abbiano mai veramente amato le donne con cui si sono accoppiati, ma abbiano scambiato il sentimento di proprietà per affetto. Il possesso è una forma di asserzione dell’io. Che esclude l’altro. Esattamente il contrario dell’amore che è dialogo e accoglienza. Il possesso chiede dominio e controllo”. Il ricorso alla violenza è spesso la manifestazione di un deficit di capacità relazionale. Forse da qui bisogna partire per rimediare in qualche modo al suo dilagare. Le leggi servono, ma sono insufficienti se non sono accompagnate da strutture di crescita culturale basata sul rispetto reciproco della libertà di ciascuno, sulla abilità a coltivare la relazione, a distinguere fra possesso e amore. Per prevenire occorre puntare sull'educazione al rispetto, ma anche aggiornare la cultura giuridica e istituzionale. A questo proposito devo portare un altro esempio.

21 luglio: La Corte Costituzionale boccia in parte una modifica al codice di procedura penale che introduceva la misura cautelare in carcere per chi è indagato per violenza sessuale, atti sessuali con minori e induzione o sfruttamento della prostituzione minorile. La Consulta cancella in particolare l’automatismo del carcere in attesa di giudizio ritenendolo in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione. Si dice che le sentenze della Corte si rispettano e non si giudicano, ma in questo caso non si può omettere un’osservazione generale, cioè che nel giudizio non può essere trascurato il fatto che più cresce la consapevolezza della dignità della donna e del rispetto della sua libertà, più cresce la gravità dell’atto di violenza esercitato nei suoi confronti. La legge dovrebbe essere in grado di adeguarsi a questo nuovo sentire, ma è evidente che la bocciatura della Corte è un ostacolo su questa strada.

5 settembre: dai dati resi noti dall'INPS risulta che le donne guadagnano ancora il 35% in meno rispetto agli uomini. È anche questo il risultato di una fortissima discriminazione salariale di cui le donne soffrono e che nel mondo delle professioni può arrivare anche al 30%. Parlando di pensioni, non posso sottacere che questo Governo ha elevato l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche a 65 anni, a regime entro il 2012 (mai scalone fu tanto alto!), un tempo brevissimo, senza dar loro niente in cambio in termini sia di incentivi e di politiche attive a favore della crescita del lavoro femminile, sia di servizi per la conciliazione e la condivisione del lavoro di cura e di maggiore tutela della maternità e della genitorialità.
Altri dati significativi È noto che la disoccupazione colpisce di più le donne, in particolare al sud; quelle che hanno un impiego sono ancora il 46%, nel Mezzogiorno il 31%, a fronte di una media europea del 57% e di un obiettivo - che avremmo dovuto raggiungere entro il 2010 - del 60%. Questo deficit di occupazione femminile è una delle ragioni dell’arretratezza del nostro Paese, del suo scarso dinamismo. È dimostrato infatti che solo facendo crescere la presenza delle donne sul mercato del lavoro si crea un circolo virtuoso di nuova occupazione e ricchezza perché cresce la domanda di nuovi servizi e crescono i consumi. Il lavoro delle donne andrebbe pertanto incentivato e favorito e invece viene ostacolato in tutti i modi. Le donne, pur essendo ormai più istruite degli uomini, più capaci di arrivare ai livelli più alti di formazione, restano ultime nel mercato del lavoro e nella carriera. Eppure, le ricerche parlano di una capacità nuova delle donne di dirigere e amministrare, dimostrano che le aziende dirette da donne anche in questo periodo di crisi realizzano fino al 20% in più di profitti. Ciò viene spiegato con le maggiori abilità multitasking e con la maggiore prudenza nel mondo del risiko finanziario. È significativo che questo governo, fra i suoi primi atti, abbia pensato bene di abrogare una buona legge varata durante il governo Prodi per eliminare il fenomeno barbaro delle dimissioni in bianco, che colpisce soprattutto le donne giovani in età fertile. La maternità si conferma essere ancora fra i maggiori ostacoli all'affermazione delle donne sulla scena pubblica. È un problema in più rispetto a quelli che si trovano ad affrontare i loro coetanei maschi ai quali pure sono accomunate dalla precarietà. Le giovani sono costrette a rinviare scelte di maternità e famiglia, spesso a scegliere fra questa e il lavoro, a rinunciare alla carriera o all'impegno istituzionale. Una donna su quattro è costretta a lasciare il posto di lavoro quando nasce il primo figlio per l’inadeguatezza delle strutture di sostegno alla maternità e alla prima infanzia. Ci fa invidia la nostra vicina Francia, dove esistono innumerevoli misure per sostenere la maternità giovane (sotto i 26 anni) e le donne che lavorano. Nella realizzazione dei loro desideri e dei loro progetti di vita le giovani italiane trovano invece ostacoli di ogni tipo. Mentre per gli uomini avere famiglia accresce il loro prestigio sul lavoro e il loro potere contrattuale, per le donne è ancora un fattore penalizzante sia sul piano sociale che su quello economico.

28 agosto: Il Ministero dell’economia rende note le cifre delle risorse destinate alla famiglia: sono le più basse in Europa; nel 2009 abbiamo speso soltanto l’1,2% del Prodotto interno lordo. Senza parlare di Paesi come la Danimarca o la Svezia, che spendono oltre il 3%, impiegano più di noi in servizi e strumenti di sostegno alla famiglia anche Grecia, Bulgaria, Romania. Da noi tanta retorica sulla famiglia, ma fatti pochi e niente. Il motto a cui ispirarsi, secondo il Verbo dei ministri Tremonti e Carfagna, è “Dio Patria e Famiglia”.

È un modello che fa della famiglia il surrogato del welfare che va restringendosi in conseguenza dei tagli agli enti locali e alla scuola, che stanno portando a una riduzione dei servizi alla persona e per l’infanzia, del tempo pieno e prolungato. In anni recenti era stato avviato un processo di generalizzazione della scuola dell’infanzia e l’obiettivo era quasi raggiunto. Da quest’anno si registra invece una regressione con lunghe liste di attesa di bambini di tre anni costretti ancora a restare a casa. Chi si dovrà fare carico di questi vuoti che si vanno creando in misura sempre più difficilmente sostenibile? La domanda è retorica, visto che nella famiglia la cura è ancora quasi sempre in gran parte a carico della donna. Per le giovani tutto diventerà più difficile.

La contrazione di classi, di insegnanti e di numero di ore nella scuola penalizza le donne doppiamente: perché dà un colpo all'occupazione femminile, dal momento che il mondo degli insegnanti è costituito in gran parte da donne, e perché accresce le difficoltà di conciliazione per quelle che lavorano. 21 luglio. A proposito di “molta retorica sulla famiglia e niente fatti”, ancora un caso: il Tribunale dei minori di Trento decide l’immediata adottabilità di un bambino nato da una madre povera. La giovane donna non ha altri problemi che il reddito mensile di 500 euro. Decidendo di far nascere il bambino magari aveva creduto a quei soloni che predicano contro l’aborto e a favore delle famiglie e delle madri indigenti. E invece, la risposta è stata non sostegni e aiuti, ma la sottrazione immediata del bambino che aveva scelto di mettere al mondo per tenerlo con sé e farlo crescere. Lo trovo scandaloso, un inaccettabile atto di prepotenza pubblica che contraddice sia l’articolo 31 della Costituzione che la legge sulle adozioni. È il caso di richiamare entrambe. Il primo recita: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”; e la seconda contiene un principio difficilmente discutibile: “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell'ambito della propria famiglia. Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all'esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e aiuto”.

21 luglio: il sindaco di Favara viene costretto dal TAR siciliano a rifare la giunta composta tutta al maschile, perché in contrasto con lo statuto comunale che prevede una presenza di donne non inferiore al 20%. È l’ultimo caso di una lunga serie che denota la difficoltà ad accettare le regole minime di convivenza istituzionale e conferma che il terreno della politica e della rappresentanza istituzionale costituisce ancora un campo conflittuale, forse il più conflittuale trattandosi del potere per eccellenza, del potere di stabilire le regole, anche quella di escludere. Per favorire politiche di pari opportunità, la Costituzione è stata aggiornata in due punti cruciali, l’art. 51 e l’art. 117. Nel primo caso, al fine di dare sostanza al principio di eguaglianza fra i due sessi nei pubblici uffici e nelle cariche elettive, nel 2003 si è aggiunto un ulteriore periodo: “la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.

Il nuovo articolo 117, approvato nel 2001, prevede invece che le leggi regionali rimuovano “ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica” e promuovano “la parità di accesso fra uomini e donne alle cariche elettive”. Tutto questo, fino ad ora, è stato platealmente disatteso, a parte qualche felice eccezione. La legge per eleggere il Parlamento nazionale non prevede alcun elemento di promozione di pari opportunità e sono pochissime le donne elette nei consigli regionali nella tornata 2010: 82 su 699 seggi, appena l’11, 7%; nessuna eletta in Basilicata e in Calabria. In Lombardia le donne sono soltanto 7 su 80 consiglieri, in Veneto appena 4 su 60, in Puglia 5 su 78 eletti.

Non va meglio per le giunte. A parte i casi virtuosi di Toscana e Puglia, che hanno una presenza di donne pari al 50%, vi sono situazioni eclatanti come Lombardia (1 donna su 16 componenti), Calabria (una su 10), Veneto (2 su 12), Liguria (2 su 11).

Nelle altre non va molto meglio. È però interessante osservare che dove si sono fatte leggi in sintonia con il nuovo dettato costituzionale, come la Toscana e la Campania (che ha introdotto la doppia preferenza differenziata per genere), le cose sono andate decisamente meglio. Anche questo conferma che per dare valore alle capacità politiche e amministrative delle donne, occorre introdurre le quote: per rimediare non a una debolezza, ma a un’ingiustizia. È tempo che la nozione di giustizia di genere entri davvero nella cultura politica e istituzionale se vogliamo fare un salto qualitativo nella pratica delle pari opportunità.Qualche considerazione Dai pochi casi esemplari che ho riportato si capisce perché nel Global Gender Gap Report l’Italia venga collocata al settantaduesimo posto: perché le discriminazioni permangono numerose e riguardano settori di prima grandezza che frenano la possibilità di realizzare la libertà individuale e impediscono di sviluppare la personalità di ciascuna: insufficiente partecipazione al mercato del lavoro, disparità salariale, scarsità di presenza femminile nei luoghi dirigenziali e nei consigli di amministrazione, poche nelle istituzioni elettive e di governo. Tale scarsità oggi la possiamo leggere come deficit di democrazia.

Ecco perché l’orizzonte politico e culturale a cui lavorare è la democrazia paritaria, che richiede l’eguale partecipazione delle donne e degli uomini alla costruzione delle istituzioni della democrazia. Le due parole chiave che danno contenuto alla nuova democrazia sono “cooperazione” e “condivisione”: costruzione comune e condivisione della sfera pubblica e di quella privata, della politica come della sfera familiare e della cura. Per questo è necessario introdurre anche in Italia l’istituto del congedo paterno obbligatorio quando nasce un figlio, un fatto simbolico enorme se vogliamo arrivare al riconoscimento vero e pieno del valore sociale e culturale della maternità e dell’esercizio comune della genitorialità. Intendo questo per condivisione delle responsabilità: più cura per gli uomini, più scena pubblica per le donne. La democrazia paritaria comporta dunque un nuovo patto fra uomini e donne su come stare nel mondo, una nuova etica della convivenza, dello stare insieme nel mondo comune.

Cosa fare? Sono convinta ch sia necessario creare un nuovo movimento di donne. Molto esiste già, anche se è sotterraneo, poco visibile. Ma certo non si può parlare di “silenzio delle donne”. Esiste piuttosto un problema di silenzio sulle donne, sulle loro realizzazioni, sulle loro proposte, sulle fatiche che sostengono per tenere in mano tanti fili nell'organizzazione della vita propria e degli altri. A meno che non siano vittime o veline. Su questo vi è una chiara responsabilità dei media, a parte qualche rara eccezione, che non si può non denunciare. Rioccupare dunque la scena pubblica: nei partiti, nelle istituzioni, nelle associazioni, nelle carriere, nei media. A che scopo? Gli obiettivi sono tanti e diversi. Ne indico solo alcuni.1. Diffondere e valorizzare altri modelli, diversi dal velinismo costruito sull'apparire. Proporre valori positivi, basati sullo sviluppo delle capacità, sulla valutazione del merito, sulla cultura, sul sapere. 2. Insegnare la cultura dei diritti, della libertà e della dignità femminile.

Soprattutto le giovani devono sapere che i diritti delle donne sono una conquista recente, che vanno accuditi e alimentati, altrimenti si esauriscono e diventano ineffettivi. 3. Rivendicare una migliore qualità dei programmi televisivi; rifiutare che siano previsti ruoli riservati a ragazze giocati esclusivamente sull’immagine muta. La TV è diventata uno strumento troppo potente di condizionamento di modelli di vita e di comportamenti basati sul successo facile, sull'apparire, sulla dittatura della bellezza per non affrontare il problema con forza.4. Non diffidare del potere, ma imparare a esercitarlo, a pretenderlo anche attraverso le quote sia nelle liste che nei consigli di amministrazione, come noi donne del PD abbiamo proposto. Senza una presenza femminile adeguata nei luoghi nei quali si decide non si può neanche cominciare a parlare di “democrazia paritaria”. E invece, è proprio questa la nuova sfida a cui le donne sono chiamate, quella più importante per guadagnare forza, potere, riconoscimenti, e per poter investire su un futuro diverso, su nuovi desideri.

Altre informazioni nel sito: http://www.vittoriafranco.it/

Senatrice Vittoria Franco

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