Sia per dare maggior visibilità ai problemi che le donne fronteggiano ogni giorno, sia per mostrare la centralità delle esperienze femminili nei contesti economici, sociali, politici ed ambientali.

Nell'evoluzione di quello che sta diventando un movimento globale delle donne, il termine "diritti umani delle donne" è servito come focus per una prassi, ovvero per lo sviluppo di strategie politiche formate dall'interazione tra gli spunti analitici e le pratiche politiche concrete. Molto in fretta, gli strumenti critici, l'attivismo condiviso ed i networks su larga base internazionale che si sono costituiti attorno al concetto dei "diritti umani delle donne", sono divenuti un veicolo per gli sviluppi politici necessari nel 21° secolo.

Tale concetto deve il proprio successo e la propria popolarità al fatto che è al tempo stesso "prosaico" e "rivoluzionario". Dal lato più facilmente percepibile, l'idea di diritti umani delle donne fa "senso comune": dichiara, in tutta semplicità, che gli esseri umani donne hanno diritti umani. E chiunque si troverebbe oggi in serio imbarazzo a dover difendere pubblicamente l'argomentazione contraria, ovvero che le donne non sono umane. Perciò, in molti sensi, l'affermazione che le donne hanno diritti umani appare del tutto scontata.

Dall'altro lato, però, i "diritti umani delle donne" sono un concetto rivoluzionario. La dichiarazione radicale della propria umanità e l'insistenza correlata sul fatto che i diritti delle donne sono diritti umani hanno un profondo potenziale trasformativo.
L'incorporare le prospettive delle donne e le loro vite negli standard dei diritti umani e nella loro messa in pratica forza il dover riconoscere che in un gran numero di paesi, in tutto il mondo, ci si rifiuta di accordare alle donne dignità umana ed il rispetto che esse meritano semplicemente come esseri umani.

La cornice iscritta nel termine "diritti umani delle donne" fornisce a quest'ultime una strada per definire, articolare ed analizzare le loro esperienze di violenza, degradazione e marginalità.

Ultimo, ma non minore: quest'idea fornisce un terreno comune per lo sviluppo di una vasta gamma di visioni e di concrete strategie verso il cambiamento.

Una breve storia dei diritti umani.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948 esprime ciò che è stato considerato nel nostro secolo il consenso fondamentale di tutti i popoli rispetto ai diritti umani, in relazione a questioni quali la sicurezza della persona, la schiavitù, la tortura, la protezione da parte della legge, la libertà di movimento e di parola, la libertà di religione e di assemblea, nonché i diritti alla sicurezza sociale, al lavoro, alla salute, all'educazione, alla cultura ed alla cittadinanza. La Dichiarazione esprime chiaramente il concetto che tali diritti umani si applicano egualmente a tutti, "senza distinzione di alcun tipo quale la razza, il colore della pelle, il sesso, la lingua od altro status" (Art. 2). Ovviamente, quindi, i diritti umani delineati dalla Dichiarazione sono intesi come applicati alle donne. Tuttavia, la tradizione, il pregiudizio, l'interesse sociale, economico e politico si sono combinati per escludere le donne dalla definizione prevalente della "generalità" dei diritti umani, ed hanno relegato le donne a significanti di un interesse "secondario" o "specifico" all'interno del quadro.
Tale marginalizzazione delle donne nel mondo dei diritti umani si è originata come riflesso dell'ineguaglianza di genere nel mondo ed ha un terribile impatto sulle vite delle donne. Essa ha contribuito a perpetuare, e financo a condonare, uno status subordinato femminile. Ha limitato lo scopo di ciò che era visto come responsabilità principale dei governi ed ha quindi reso il processo di ricerca di giustizia, rispetto alle violazioni dei diritti umani, sproporzionalmente difficoltoso per le donne e, in alcuni casi, oggettivamente impossibile.
Una delle ragioni che pone le donne in uno stato periferico rispetto al meccanismo internazionale dei diritti umani è la divisione "pubblico"/"privato". Tale pervasiva divisione delle sfere della vita trae una delle sue origini dal desiderio di limitare la giurisdizione dei governi. In molti paesi, ciò ha significato che ciò che gli individui compiono nella sfera "pubblica" è soggetto a delle regole, mentre le attività che si svolgono nella sfera "privata" si ritengono estranee ad esse. Poiché la sfera "pubblica" è considerata come il focus dell'interazione fra chi agisce per conto degli stati ed i cittadini, l'abuso in tale relazione è stato visto sino ad ora come il centro dell'avvocatura relativa ai diritti umani. Naturalmente, lo stato di cittadinanza è in questo contesto spesso "esclusivo", viziato formalmente od informalmente da pregiudizi e privilegi socioeconomici o relativi al genere ed alla razza.
Perciò, per quei cittadini - in maggioranza maschi - che predominano nei regni del "pubblico" e del "governo", e che godono dei privilegi razziali, economici e di genere, la preoccupazione primaria si è rivolta agli abusi dei diritti civili e politici a cui essi sono più facilmente vulnerabili: quali la violazione del diritto di parola, la detenzione arbitraria, la tortura durante la detenzione, l'esecuzione sommaria.
Nel mentre le donne hanno potuto appellarsi alla macchina internazionale dei diritti umani quando si sono trovate in situazioni simili, alcune delle loro esperienze, specificatamente legate al genere (per esempio lo stupro in stato di detenzione) hanno avuto scarsa visibilità all'interno della definizione prevalente di "abuso".

Questo perché l e donne sono tradizionalmente intese come legate alla sfera "privata", conce

rnente la casa e la famiglia ed il cittadino "tipico" viene descritto come maschio: la nozione dominante di abuso dei diritti umani ha implicitamente un uomo come archetipo. L'effetto principale della natura di genere del conflitto "pubblico/privato" è che le violazioni dei diritti umani delle donne che avvengono tra "privati" individui sono state rese invisibili, nonché considerate come al di là della supervisione dello stato. E' particolarmente importante notare come il genere sia un fattore significativo nelle decisioni dei governi di intervenire in quella che si definisce la sfera "privata" allo scopo di perseguire le violazioni dei diritti umani. Molte attività che si danno nella sfera "privata", come l'omicidio fra coniugi o la riduzione in schiavitù, sono censurate dai governi a livello internazionale; allo stesso tempo, i governi ignorano ciò che accade alle donne nelle mani di uomini o di membri maschi della loro famiglia, come la violenza domestica o il confinamento, persino dove esistono leggi che proibiscono tali abusi. Le violazioni dei diritti umani delle donne compiute in nome della famiglia, della religione e della cultura sono state occultate dalla santità della sfera cosiddetta "privata" ed i perpetuatori di tali abusi godono di un'immunità che fa sì essi non debbano rispondere delle loro azioni.
L'enfasi storica posta sull'abuso dei diritti umani nella sfera "pubblica" (e la negazione, in concomitanza, dei diritti umani delle donne) fu esacerbata dalle politiche della Guerra Fredda. I trattati sui diritti umani delle Nazioni Unite ed i meccanismi ad essi correlati si svilupparono dopo gli orrori della 2^ Guerra Mondiale e si consolidarono durante la Guerra Fredda. Lo scopo primario di molte organizzazioni per i diritti umani fu di monitorare il trattatamento dei cittadini da parte dei loro governi e di assicurare ad essi rispetto dei diritti umani mentre costoro lavoravano per una democratizzazione dei loro governi. Stante la polarizzazione delle posizioni avvenuta durante la Guerra Fredda, i governi occidentali attribuirono priorità ai diritti civili e politici, i quali - essi pensavano - erano integrali ad una prospera economia del libero mercato. Nel frattempo i diritti socioeconomici, quali il diritto al lavoro, alla casa ed alla salute, per esempio, furono identificati con il blocco socialista e divennero "sospetti" per molti occidentali.
Il corpus dei diritti umani dominato dalla concezione occidentale degli stessi si concentrò sulle violazioni inerenti la sfera civile e politica, la cosiddetta sfera "pubblica". Tale condizione venne a sommarsi agli ostacoli che già la contrapposizione "pubblico/privato" poneva alle donne: la predominanza dei diritti civili e politici all'interno dei diritti umani eclissò i modi in cui le donne spesso non godevano delle condizioni sociali ed economiche che rendevano possibile l'esercizio dei diritti civili e politici e la partecipazione alla vita pubblica.

Il concetto di Diritti Umani delle Donne

Durante il decennio dedicato dalle Nazioni Unite alle donne (1976-1985), donne di ogni provenienza geografica, etnica, religiosa, culturale e di classe si organizzarono per migliorare lo status femminile. Le conferenze che si tennero a Città del Messico nel 1975, a Copenhagen nel 1980, a Nairobi nel 1985 furono convocate per valutare lo status delle donne e per formulare strategie atte al suo avanzamento. Si trattò di momenti di svolta, in cui le donne si radunarono, dibatterono le proprie differenze e scoprirono le cose che avevano in comune, e gradualmente cominciarono a tenere insieme le differenze nella creazione di un movimento globale. Nei tardi anni '80 e nei primi '90, donne di diversi paesi cominciarono ad interrogare la cornice dei diritti umani ed a sviluppare gli strumenti analitici e politici che assieme costituiscono l'idea e la pratica dei diritti umani delle donne. Fare ciò comportò un doppio passaggio: il riflettere sui diritti umani ed il parlare delle vite delle donne. Semplificando, comportò il guardare ai diritti umani attraverso una lente di genere. In questo modo, le donne dimostrarono come le definizioni correnti di "diritti umani" mancano di dar conto del modo in cui le violazioni e gli abusi vengono a colpire le donne in maniera differente, a causa della loro appartenenza di genere.

Questo approccio riconosce l'importanza dei concetti e delle attività esistenti, ma mette in luce che ci sono dimensioni specificatamente di genere e che tali dimensioni necessitano di essere nominate, se vogliamo che la cornice dei diritti umani includa e rifletta le esperienze della metà femminile della popolazione mondiale.

Quando si utilizza la cornice dei diritti umani per articolare l'ampia gamma di abusi che le donne devono fronteggiare, tale cornice può chiarificarne l'analisi e divenire uno strumento potente. Tale strategia è servita per spostare l'attenzione su quei diritti umani che sono specificatamente femminili, e quindi sono stati visti come diritti delle donne, ma non come diritti "umani". Prendiamo ad esempio la questione della violenza contro le donne. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dice:

"Nessuno dev'essere soggetto a tortura, o a trattamenti e punizioni crudeli, inumane e degradanti." Questa formulazione fornisce un vocabolario che definisce esperienze di violenza quali lo stupro, la violenza domestica, o il terrorismo sessuale. Il riconoscimento di tali violazioni come violazioni dei diritti umani alza il livello di aspettativa che si può avere nel contrastarli: la definizione degli abusi nei confronti delle donne come violazioni dei diritti umani stabilisce inequivocabilmente che gli Stati sono responsabili della loro cessazione. Ciò ci pone anche il problema di come chiamare a rispondere i governi per la loro indifferenza su tali questioni, e di che tipo di meccanismi sono necessari per il processo di riequilibrio.

L'applicazione della cornice dei diritti umani alle donne

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani li definisce come universali, inalienabili ed indivisibili. Tale definizione è molto importante per i diritti umani delle donne: l'universalità dei diritti umani significa che essi vengono applicati ad ogni singola persona in ragione della sua "umanità"; significa anche che essi vengono applicati in eguaglianza per ciascuno e ciascuna, giacché ciascuno e ciascuna sono eguali nell'essere semplicemente esseri umani.

In molti modi, questa universalità può apparire ovvia e scontata, ma la sua premessa egualitaria ha un risvolto radicale. Nell'invocare l'universalità dei diritti umani, le donne hanno chiesto riconoscimento per la propria umanità. Il riconoscimento delle donne come portatrici di diritti umani iscrive le prospettive di genere nell'idea che le istituzioni sono obbligate alla promozione ed alla protezione dei diritti umani. Il concetto dell'universalità dei diritti umani sfida anche la pretesa che i diritti umani delle donne possano essere limitati da specifiche definizioni culturali sul ruolo femminile nella società.

L'inalienabilità dei diritti umani significa che è impossibile per una donna abdicare ai propri diritti umani, quand'anche lo desiderasse, poiché ad ogni persona vengono attribuiti tali diritti in ragione della sua umanità. Ne deriva anche che nessuna persona o gruppo può privare un altro individuo (uomo o donna) dei suoi diritti umani. Questo significa, per esempio, che i debiti contratti dalle lavoratrici e dai lavoratori migranti o dalle donne intrappolate nel traffico sessuale, non possono in alcun modo giustificare la loro riduzione in schiavitù, o la privazione di cibo, di libertà di movimento e di compenso per il loro lavoro.

L'idea dei diritti umani come inalienabile fa sì che essi non possano essere venduti, riscattati o ceduti per qualsivoglia ragione. Questo concetto è stato importante nella negoziazione relativa alla priorità conferita alle pratiche sociali, religiose e culturali rispetto ai diritti umani. Per decenni, il lavoro concernente la trasformazione di pratiche fisicamente o psicologicamente dannose per le donne, pratiche protette sotto l'egida della religione, della tradizione o della cultura, è stato particolarmente difficile, stanti anche la garanzia sull'integrità delle culture garantita dalla Dichiarazione Universale e la storia della dominazione occidentale nella maggior parte del mondo.

Tuttavia fu importante che sia la Dichiarazione di Programma sancita a Vienna nel 1993, sia la Dichiarazione ONU contro la violenza sulle donne (votata all'Assemblea Generale lo stesso anno), affermavano che in caso di conflitto fra i diritti umani delle donne e le pratiche religiose o culturali, i diritti umani delle donne dovevano prevalere.

L'indivisibilità dei diritti umani significa che nessuno di quelli considerati fondamentali può essere più importante di un altro e che essi sono correlati. I diritti umani includono il lato civile, politico, sociale, economico e culturale dell'esistenza umana; la premessa dell'indivisibilità sottolinea che la capacità della gente di vivere la propria vita dignitosamente e di esercitare interamente i propri diritti umani dipende dal riconoscimento che tali aspetti della vita sono interdipendenti.

Il fatto che i diritti umani siano indivisibili è importante per le donne, giacché i loro diritti civili e politici sono stati storicamente compromessi dal loro stato economico, dalle limitazioni sociali e culturali poste alle loro attività, e dall'onnipresente timore della violenza che spesso costituisce un ostacolo insormontabile alla partecipazione delle donne alla vita politica e pubblica.

L'idea dell'indivisibilità ha provvisto le donne di una cornice comune attraverso la quale enfatizzare la complessità delle sfide che esse fronteggiano e sottolineare la necessità dell'inclusione di prospettive di genere nello sviluppo e nell'implementazione della politica dei diritti umani. Richiamandosi all'indivisibilità dei diritti umani, le donne hanno rigettato la gerarchia dei diritti umani che pone i diritti civili o socio-economici come primari, affermando che la stabilità politica non può essere realizzata se non si persegue l'ottenimento dei diritti delle donne, che lo sviluppo sostenibile non è possibile senza il simultaneo rispetto per il ruolo giocato dalle donne nella quotidiana riproduzione della vita e senza che ciò venga incluso nel processo politico; le donne hanno affermato che l'equità sociale non può darsi senza giustizia economica e senza la partecipazione delle donne a tutti i livelli decisionali della politica.

Il movimento per i diritti umani delle donne

La definizione "diritti umani delle donne" non si riferisce semplicemente all'approccio teorico che le donne hanno usato per trasformare il concetto di "diritti umani", i programmi e le scadenze. Oltre ad essere uno strumento che ha permesso la formulazione delle sfide intellettuale e delle richieste delle donne, l'idea dei "diritti umani delle donne" ha avuto un notevole impatto come strumento per l'attivismo politico. Questa idea ha aperto la strada a donne di tutto il mondo per chiedere ragione della generale indifferenza e della non attenzione "ufficiale" alla discriminazione ed alla violenza generalizzata di cui le donne fanno esperienza ogni giorno.

Usata come pressione politica, nelle controversie legali, nelle mobilitazioni di base, l'idea dei diritti umani delle donne ha significato un punto convergente per le donne stesse attraverso molti confini ed ha facilitato la creazione di strategie collaborative per promuovere e proteggere i diritti umani delle donne. Sebbene le donne avessero da lungo tempo sollevato la questione del perché i loro diritti fossero visti come "accessori" ai diritti umani, uno sforzo coordinato per cambiare questa attitudine si è realizzato particolarmente durante la prima metà degli anni '90.

L'apertura degli spazi per nuovi dibattiti, dovuta al termine della Guerra Fredda, aveva infatti facilitato lo scambio di idee ed esperienze fra le donne di tutto il mondo che avevano lo scopo di rendere maggiormente visibile le prospettive dei diritti umani delle donne. Nel mentre le attività delle donne si sviluppavano "globalmente" durante il decennio loro dedicato dalle Nazioni Unite, sempre più donne sollevavano la questione del perché i diritti umani delle donne erano secondari ai diritti umani ed alle vite degli uomini. Negli ultimi dieci anni, un movimento per i diritti umani delle donne è emerso per sfidare le nozioni limitative dei "diritti umani" e si è focalizzato in special modo sulla violenza contro le donne come primo esempio di "vizio di fondo" nella pratica e nella teoria dei diritti umani.

La Conferenza delle Nazioni Unite che si tenne a Vienna nel 1993 fu il primo incontro del genere dal 1968 e divenne un veicolo naturale per la messa in luce delle nuove visioni sviluppate dalle donne nella pratica e nel pensiero dei diritti umani. Il manifesto iniziale della Conferenza non menzionava le donne ne' riconosceva alcun aspetto di genere nella propria agenda per i diritti umani. Ma poiché la Conferenza rappresentava un riassestamento storico dello status dei diritti umani, essa divenni il centro pubblico unificante della Campagna Globale per i Diritti Umani delle Donne: un vasto e intenso sforzo di collaborazione per ottenere l'avanzamento delle donne nell'ambito dei diritti umani.

La Campagna lanciò una petizione chiedendo che la Conferenza "comprendesse i diritti umani delle donne ad ogni livello dei propri procedimenti" e riconoscesse "la violenza di genere, un fenomeno universale che prende molte forme ed attraversa culture, razze e classi () come una violazione dei diritti umani che richiede azione immediata." La petizione fu tradotta in 23 lingue ed usata da oltre mille gruppi che raccolsero mezzo milione di firme a suo sostegno in 124 paesi. La petizione e le sue richieste diedero l'inizio alla discussione sul perché i diritti delle donne, e la violenza basata sul genere in particolar modo, fossero lasciati fuori dalle considerazioni generali sui diritti umani e mobilitò le donne attorno alla Conferenza. Le donne agirono per immettere le istanze dei diritti umani delle donne nell'intero processo preparatorio che precedette la Conferenza: da tutto il mondo chiesero che i diritti delle donne venissero discussi negli incontri preparatori tenutisi a Tunisi, San Jose e Bangkok, come veniva fatto per le altre istanze non governative e nazionali.

Mentre la Conferenza si preparava, l'idea dei "diritti umani delle donne" raccolse migliaia di persone in uno dei più partecipati dibattiti sui "nuovi" diritti umani. La Dichiarazione di Vienna ed il Programma d'Azione che fu il prodotto della Conferenza, quale segnale di accordo della comunità internazionale sullo stato dei diritti umani, attesta inequivocabilmente che:

"I diritti umani delle donne e delle bambine sono un'inalienabile, integrale ed indivisibile parte dei diritti umani universali" (Dichiarazione di Vienna. I, 18, 1993)

Le donne continuarono a fare pressione e ad ottenere più ampio consenso attorno alla questione durante le Conferenze successive delle Nazioni Unite. Così, per esempio, alla Conferenza Internazionale sulle Popolazioni e lo Sviluppo, tenutasi al Cairo nel 1994, i diritti riproduttivi delle donne furono esplicitamente riconosciuti come diritti umani. Uno sviluppo particolarmente significativo fu il modo in cui la Piattaforma d'Azione della 4^ Conferenza delle Donne a Pechino, nel 1995, divenne in pratica un'agenda sui diritti umani delle donne. Questo segnalò che l'idea che "i diritti delle donne sono diritti umani" era un'idea vincente e largamente condivisa.

Gli accordi che tali Conferenze producono non sono legalmente vincolanti, tuttavia hanno un peso etico e politico che può essere usato per perseguire obiettivi regionali, nazionali o locali. I documenti delle Conferenze possono anche essere usati per reinforzare ed interpretare i trattati internazionali del tipo della "Convenzione sui Diritti Civili e Politici" o della "Convenzione sui Diritti Sociali, Economici e Culturali". Queste Convenzioni, quando uno Stato le sottoscrive, assumono lo status di legge internazionale e sono state usate nei tribunali da quegli avvocati che intendevano ottenere risarcimento per la violazione dei diritti umani. Il trattato internazione più importante che si rifà ai diritti umani delle donne è la "Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione verso le donne" (CEDAW) che è stata ratificata da 130 paesi.

La cornice dei diritti umani delle donne, oltre ad essere stata molto utile negli sforzi per ottenere cambiamenti legislativi e politici a livello locale, nazionale ed internazionale, è stata ugualmente importante per le organizzazioni di base. Parlare di "diritti umani delle donne" non solo rende consce le donne della gamma di diritti che i loro governi devono garantire nei loro confronti: funziona anche come un tipo di "gestalt" tramite cui organizzare l'analisi delle proprie esperienze e pianificare le azioni per il cambiamento. Ciò che c'è di così utile nel concetto "diritti umani delle donne" è che esso crea uno spazio in cui si può dare un conto differente della vita di una donna; esso provvede le donne di princìpi da cui sviluppare visioni alternative sulle loro vite, senza suggerire la sostanza di tali visioni, che esse decidono.

I princìpi fondamentali dei diritti umani, che accordano a ciascuna ed ogni persona la dignità umana, forniscono alle donne un vocabolario per descrivere insieme le violazioni ai loro diritti umani e gli impedimenti che esse incontrano per esercitarli; è un linguaggio che le mette in grado di articolare la specificità delle esperienze nelle loro vite, di condividere tali esperienze con altre donne nel mondo e di lavorare collaborativamente per il cambiamento.

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